Omnibus ha ridotto gli obblighi, non il valore economico della sostenibilità
Per molte aziende, soprattutto PMI e imprese che si stavano preparando ad affrontare nuovi adempimenti, il 2025 si è chiuso con una sensazione di sollievo. Il messaggio percepito è stato semplice: se il perimetro degli obblighi si restringe, allora forse si può rallentare anche sul fronte della sostenibilità.
È una reazione comprensibile, ma rischiosa. La semplificazione regolatoria non ha eliminato i fattori che rendono l’ESG economicamente rilevante. Non ha ridotto la volatilità dell’energia, non ha reso più stabili le catene di fornitura, non ha fatto sparire le richieste informative di banche, clienti industriali, investitori e grandi capofiliera. Ha solo reso ancora più evidente una distinzione che molte imprese devono interiorizzare: una cosa è l’obbligo normativo, un’altra è la convenienza industriale.
In altre parole, meno obblighi non significa meno rischi. Significa semmai più libertà nel decidere se muoversi prima, in modo ordinato, o arrivare tardi, quando i costi organizzativi e commerciali sono più alti.
Il Medio Oriente ci ricorda quanto ESG e sicurezza d’impresa siano connessi
Le tensioni in Medio Oriente di marzo 2026, con attacchi a infrastrutture energetiche e forti criticità attorno allo Stretto di Hormuz, hanno riportato al centro un fatto che spesso dimentichiamo nei periodi più tranquilli: una parte decisiva della sicurezza economica delle imprese dipende da fattori che stanno fuori dai cancelli aziendali.
Quando si interrompono rotte strategiche, quando il prezzo dell’energia incorpora un premio al rischio, quando logistica e materie prime diventano più incerte, il problema non è solo macroeconomico. Entra direttamente nel conto economico delle aziende: margini più compressi, maggiore difficoltà di pianificazione, costi di trasporto in crescita, tensioni sulla liquidità, rinvio di investimenti, prezzi meno prevedibili lungo tutta la filiera.
In questo senso l’ESG, se preso sul serio, non è un esercizio reputazionale ma un modo per leggere e governare rischi concreti: dipendenza da combustibili fossili importati, esposizione a fornitori vulnerabili, processi energivori, mancanza di dati affidabili, governance debole nella gestione delle crisi. Le imprese che negli ultimi anni hanno lavorato su questi aspetti oggi non sono immuni dagli shock, ma in molti casi sono meno esposte e reagiscono meglio.
Elettrificare non è solo decarbonizzare: è ridurre vulnerabilità
Tra gli esempi più concreti c’è l’elettrificazione. Per anni è stata raccontata quasi esclusivamente come leva climatica. Oggi appare sempre più chiaramente anche come leva di sicurezza economica. Il motivo è semplice: una commodity fossile la si compra ogni giorno e la si subisce nei suoi shock geopolitici; una tecnologia elettrica la si acquista, la si ammortizza nel tempo e la si può combinare con efficienza, autoproduzione e gestione intelligente dei carichi.
Per un’impresa, questo si traduce in casi molto pratici. Una flotta aziendale che inizia a elettrificarsi riduce l’esposizione diretta ai picchi del petrolio e, su percorrenze coerenti con il profilo operativo, può migliorare la prevedibilità del costo totale di esercizio. Un edificio direzionale, commerciale o produttivo che sostituisce parte dei consumi termici a gas con pompe di calore riduce la dipendenza da una commodity importata e volatile. Un tetto fotovoltaico con logiche di autoconsumo, eventualmente affiancato da accumulo o demand response, non azzera il rischio energetico, ma ne attenua una parte importante.
Naturalmente non tutto è elettrificabile subito e non ogni business case è positivo per definizione. Ma la direzione è chiara: efficientare ed elettrificare significa spostare una quota di rischio dall’acquisto quotidiano di combustibili verso investimenti pianificabili. E questo, in tempi di instabilità geopolitica, ha un valore economico molto concreto.
C’è poi un effetto sistemico. Secondo Ember, già nel 2025 il parco globale di veicoli elettrici ha evitato consumi di petrolio equivalenti a circa il 70% delle esportazioni iraniane. L’elettrificazione non elimina da sola la fragilità geopolitica, ma inizia a ridurre il potere di propagazione economica degli shock fossili.
Compliance in ordine significa più credito, più mercato, meno attrito
È qui che sostenibilità e vantaggio competitivo tornano a sovrapporsi. Molte imprese scoprono il valore dell’ESG non quando leggono una direttiva europea, ma quando ricevono un questionario da una banca, una richiesta documentale da un cliente internazionale o un capitolato in cui compaiono emissioni, energia, policy anticorruzione, tracciabilità, salute e sicurezza, parità, formazione.
Chi ha dati minimi già strutturati risponde in tempi rapidi, con coerenza e credibilità. Chi non li ha, spesso mobilita persone interne per settimane, ricostruisce informazioni in modo incompleto, compila file diversi per interlocutori diversi e trasmette un’immagine di debolezza organizzativa. Anche questo ha un costo, anche se raramente viene misurato.
Gli esempi concreti sono numerosi. Un’azienda che conosce i propri consumi energetici e le proprie emissioni può dialogare meglio con gli istituti di credito, che sempre più spesso valutano anche questi profili nel merito creditizio. Un fornitore che ha una governance elementare ma chiara su etica, responsabilità e gestione dei rischi ha più chance di restare nella vendor list di clienti strutturati.
Per questo avere ESG “in ordine” ha un valore economico tangibile. Riduce il rischio di esclusione commerciale. Riduce il tempo perso in richieste frammentate. Migliora la qualità del dialogo con banche e partner. E consente di intercettare prima opportunità che, per chi arriva tardi, diventano più costose o meno accessibili.
Per molte PMI il primo passo sensato è il VSME
In questo contesto non si può chiedere a ogni impresa di comportarsi come una grande società quotata, ma è necessario adottare uno standard di partenza realistico. In questo senso il VSME – il Voluntary Sustainability Reporting Standard per micro, piccole e medie imprese non quotate – è oggi uno degli strumenti più interessanti.
Il suo pregio è proprio la pragmatica semplicità. È volontario, più snello degli ESRS completi, non richiede l’impostazione pesante dei percorsi pensati per le grandi imprese e nasce per aiutare le PMI a rispondere in modo ordinato alle richieste di clienti, banche e investitori. In più, la Commissione europea lo ha indicato come riferimento proprio per limitare la proliferazione di richieste informative disomogenee lungo le filiere. Per un imprenditore questo significa una cosa molto concreta: iniziare a costruire una base comune di dati, politiche e indicatori senza entrare subito nella giungla della rendicontazione complessa.
Affiancare il VSME a una piccola formazione iniziale può fare la differenza. Perché il vero rischio, soprattutto nelle PMI, non è fare troppo poco o troppo tardi soltanto per mancanza di volontà. È partire male: raccogliere dati inutili, confondere priorità diverse, inseguire checklist senza legame con il proprio business. Una formazione ben fatta serve invece a capire quali temi contano davvero nel proprio caso, quali dati esistono già, quali azioni hanno senso economico e quale primo passo produce il massimo valore con il minimo attrito organizzativo.
| Primo passo concreto per una PMI
• mappare consumi energetici, principali fonti di costo e aree di vulnerabilità; • raccogliere pochi dati affidabili su energia, emissioni, governance e filiera; • capire quali richieste arrivano già oggi da clienti, banche e partner; • valutare un percorso VSME accompagnato da una formazione iniziale mirata. |
In breve
Le crisi di queste settimane in Medio Oriente stanno ricordando alle imprese europee che la sostenibilità non è un lusso da tempi stabili. È una forma di preparazione industriale ai tempi instabili.
Omnibus ha alleggerito o rinviato parte degli obblighi attesi per molte aziende. Ma non ha ridotto il valore economico dell’essere pronti. Chi oggi mette in ordine compliance, dati ESG e priorità di riduzione del rischio non sta facendo un favore alla burocrazia europea: sta costruendo un’impresa più solida, più credibile e più competitiva.
Per molte PMI, iniziare dal VSME non significa fare un adempimento in più. Significa fare il primo passo giusto per capire che la sostenibilità, oltre gli obblighi, può davvero diventare un vantaggio competitivo.
Passare dalla teoria della compliance alla pratica del vantaggio competitivo richiede una visione multidisciplinare. Per questo, lo studio Tupponi, De Marinis, Russo & Partners insieme ad eNextGen, ha sviluppato un modello di consulenza che integra l’analisi dei rischi geopolitici, le dinamiche del CBAM ed i percorsi di internazionalizzazione con soluzioni concrete di efficienza energetica.
Il vero rischio per una PMI oggi non è solo l’obbligo normativo, ma anche l’isolamento dai flussi del commercio internazionale. Grazie a questa collaborazione, offriamo alle imprese le chiavi per orientarsi in questa transizione. Dalla mappatura dei dati ESG alla gestione delle operazioni CBAM, per garantire che ogni passo verso la sostenibilità sia un passo verso un mercato più ampio e sicuro.
Nicolò Golinucci PhD
Cofondatore e amministratore di eNextGen, spin-off ufficiale del Politecnico di Milano che quantifica la sostenibilità rendendola un vantaggio competitivo per le imprese.